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Fallen in love with Jack the Ripper. Uno interessato a ciò che c'è DENTRO le donne.

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giovedì, 26 novembre 2009

Never Let Me Go di Kazuo Ishiguro - la mia riflessione sulle distopie e sui modi della memoria

Detesto le distopie. Ad esempio non ho mai letto 1984, né Flatlandia, né Fahrenheit 451, né La fattoria degli animali etc. etc.

Ho sempre evitato di leggere questo genere di libri, perché non mi attira minimamente.
Potete immaginare quindi quanto io sia delusa adesso che mi ritrovo tra le mani un libro che parla di una distopia... ma con l'inganno!

Mi sento tradita da Ishiguro. Dov'è finito il rigido britannico di Quel che resta del giorno? Dov'è lo scrittore che mi aveva ammaliata con il puzzle sospeso di 
A family supper?

Avevo scelto un suo libro, Never Let Me Go ("Non lasciarmi" in italiano) per via della presentazione in quarta di copertina. Queste parole, unite alla mia stima di Ishiguro come scrittore, mi avevano indotta a scegliere di leggerlo: "Narrato da Kathy, adesso trentunenne, Never Let Me Go rappresenta in modo evocativo i suoi tentativi di venire a patti con la sua infanzia nell'apparentemente idillica Hailsham School, e con il destino che ha sempre aspettato lei e i suoi più cari amici nel mondo fuori. Storia d'amore, amicizia e ricordo, Never Let Me Go è pervaso dall'inizio alla fine dal senso di fragilità della vita".

Adesso mi ritrovo tra le mani questo libro, inizialmente bellissimo per finezza psicologica e acume nella descrizione delle relazioni tra personaggi, e a quasi metà libro viene rivelato che i protagonisti sono stati appositamente clonati e allevati per diventare donatori di organi! Il libro continua quindi con una narrazione rigidamente realistica e profondamente intimista del modo in cui i protagonisti si adattano all'idea che le loro vite saranno interrotte e varranno solo come riserva di pezzi per la vita dei "sé stessi" originali. E' una riflessione umanissima e toccante sul valore della vita umana, ma il modo in cui Ishiguro la mette in scena ha provocato una disaffezione mia totale, immediata.

Riflettevo quindi in questi giorni sul perché la fantascienza - fantapolitica - distopia mi diano tanto fastidio.

Non è l'aspetto non realistico che mi infastidisce. Anzi, io sostengo vivamente la non necessità della verosimiglianza dell'invenzione letteraria per suscitare immedesimazione, coinvolgimento. La plausibilità dell'architettura letteraria non passa certo dal riscontro con il dato reale, anzi, spesso è tutt'altro che così. Romanzo e racconto obbediscono a leggi interne e tendono tiranti e piantano puntelli dentro terreni astorici, arealistici; essenzialmente nel mondo del desiderio o della paura, dell'ossessione. La verosimiglianza è rispetto al canto delle sirene o all'orrore delle Gorgoni che ci portiamo dentro.

Quindi, in realtà non dovrebbe disturbarmi la distopia. Forse il motivo di tanta mia freddezza verso questo genere letterario è che questo tipo di invenzioni su società futuribili non trova agganci dentro di me. Non rientra certamente nel regno del mio desiderio, ma neppure tra le rovine delle mie paure. Perché, di fatto, io non contemplo la dimensione sociale nel mio quotidiano, e quindi nemmeno nel mio immaginario. Quindi, mentre l'invenzione dell'orrore individuale, per quanto improbabile, mi alletta e mi coinvolge, perché posso traslare in essa mie riflessioni individuali (Dracula, Frankenstein, zombie e paraphernalia vari), non così accade per le distopie, perché non trovano dentro di me una cassa di risonanza, uno schermo su cui proiettarsi. E rimangono lì, fredde, inutili, morte. Non sono io il lettore che possa "riscrivere" con gli occhi quei libri.

*

Ad ogni modo, Never Let Me Go è indiscutibilmente un libro splendidamente scritto, accuratamente architettato, in cui Ishiguro è sé stesso all'ennesima potenza, con la sua attenzione (orientale? C'è traccia residua dei suoi primi cinque anni in Giappone in questo?) ai dettagli, con la capacità di lasciare traccia dei nostri più minuti processi mentali. Ishiguro è come un sismografo sensibilissimo, capace di dare voce e parole persino all'inesistente sussulto del milionesimo sguardo che posiamo distratto sull'orologio di casa. Il fluire dei ricordi è libero eppure ordinato, senza ricorsi a flussi di coscienza. Anzi, il bello di questo libro è proprio il fatto che, nel ricordare la sua infanzia e adolescenza, la protagonista sembra lottare contro il flusso di coscienza, come un pesce che risalga la corrente, cercando in continuazione di riprendere il filo dei suoi discorsi per porgerlo al lettore. E' evidente, a differenza di tanti tristi epigoni di Joyce e Woolf con cento e più anni di ritardo (letterario), che Ishiguro ha introiettato completamente, masticato la lezione sulla memoria, e come l'abbia già rimessa in circolo dentro sé, costruendo con quel nutrimento nuovi muscoli e nuova carne per il suo corpo letterario. Ishiguro è come l'ostrica che si è fatta passare dentro il corpo litri e litri di acqua marina per costruire la sua propria perla.

Il libro è accattivante, cattura l'attenzione e la simpatia del lettore pagina dopo pagina ("a page-turner and a heartbreaker", è stato definito così dal Time e non posso che concordare). Personalmente il mio rimpianto è per la distopia su cui si basa, il cui gusto mi è estraneo, come già detto, ma è impossibile non riconoscere che Ishiguro ha scritto l'ennesimo suo libro perfetto, con la sua malìa ormai consueta eppure sempre sorprendente e straniante tra la linearità della scrittura e il labirinto che illustra. Come se una distesa di velluto (atteggiamento britannico e orientale insieme) coprisse le caverne dell'angoscia, e proprio con la sua morbidezza mostrasse per contrasto la contorsione nell'angoscia dei visceri dell'uomo.

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categorie: letteratura inglese, le mie letture delle mie letture, bilancia del rimpianto, kazuo ishiguro
mercoledì, 25 novembre 2009

Invito nella mia fantasia

Pazzesco!
Sto andando fuori di testa per questo trip-hypno-elettro-country indefinibile...
*

Ondate di cavalli neri che galoppano languidamente gay,
  escono tumultuando da dentro il mare
fin sulla spiaggia dove Albano e Romina continuano a corrersi incontro,
senza mai raggiungersi, tutto è fermato e intanto
*

Shirley Bassey continua a cantare
History Repeating con i Propellerheads,
e Elvis canta A little less conversation, a little more action, please!,
scuotendo il bacino
per togliersi di dosso una Imminente Impellente Imbarazzante etc...,
*

e il vento frusta fresco la prateria,
la mia dodici corde che non ho mai avuto
mi dà i brividi come non l'ho mai suonata,
e io continuo a venirti incontro come una regina,
incedo regale tra le spighe di grano, ti sorrido ancora  e ancora,
mi inviterai a ballare questa volta, oh!, io adoro il fox trot!
Io adoro gli anni,
dai Cinquanta rovescio la testa all'indietro fino alla Belle Époque!...



 

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domenica, 22 novembre 2009

Plutone ha la faccia di Humphrey Bogart

Quella storia lì, che gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere... beh, in un caso e nell'altro, io vengo comunque da Plutone.

Plutone. Che è stato estromesso dal sistema solare. Forse perché è piccolo, forse perché è brutto, forse perché è troppo pesante o leggero?, forse perché è lontano.

Forse qualcuno si chiederà cosa farà ora Plutone, senza una famiglia. Cosa è diventato esattamente? E' diventato quello che era. Un sasso interstellare libero, un ex-pianeta-cane-sciolto. Non so se qualcuno lo voglia adottare. Ma so per certo che non lo vuole lui, essere adottato.

Immagino i giocattolai di tutto il mondo che spezzano il braccio più lungo ai milioni di modellini di sistemi solari. Staccano Plutone.
E non si accorgono che così anche il sistema solare resta monco.

"Come?! - dice Urano il Sentimentale - Ci siamo sempre voluti bene, e adesso qualcuno arriva a dire che non siamo una famigghia?" (Urano parla con marcato accento siciliano). "Don't be sad, my daVling, neveVmind", risponde con faccia da Humphrey Bogart Plutone, che parla un inglese purissimo ma con la eVVe francese.

E, ora che non è di nessuno e che nessuno lo vuole, io penso che ci farò un viaggio.


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categorie: colori, pianeta, se non ve lo dico io, im much too fast, gelo e neve, stultitia, cose che fanno ridere solo me
sabato, 21 novembre 2009

Ho rivisto il Marinaio

Ho rivisto il Marinaio.
Era seduto di spalle alla porta dell'autobus.
Quando sono entrata si è voltato a guardarmi.
Mi "aspettava" alla mia fermata.

*

Ogni mattina, ormai, ci scambiamo veloce uno sguardo.

*


Si è creato il tempo dell'attesa, dunque un tempo del desiderio.

Fintanto che lui si ricorda di me, io esisto.
Fintanto che io mi ricordo di lui, lui esiste.

Ogni mattina ci diamo un appuntamento all'esistenza.

Lui mi aspetta, cioè si aspetta che io ci sia, che io esista fino alla mattina successiva. E viceversa. Ci impegniamo così reciprocamente a vivere fino ad allora.
Se le cose vanno avanti così, vivremo in eterno,
di pullman in pullman fino a che si spegnerà l'astro del ricordarsi.

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categorie: milano, tempo, people, il marinaio, colori, pianeta, corpo, trasformazione, stupore
giovedì, 19 novembre 2009

Harold Pinter poeta

Non mi ricordo se ve l'ho mai detto, ma sappiate che io sono INNAMORATA di HAROLD PINTER!

Purtroppo ci sono due ostacoli al nostro amore. Il primo è che condivido questo innamoramento con tutta l'Accademia di Svezia, che gli ha conferito il Nobel nel 2005. Propongo che io e gli accademici ce lo litighiamo a botte.

Il secondo ostacolo è che Pinter è un po' defunto. Ha avuto la pessima idea di morire nel dicembre 2008, unico suo coup de théâtre che non ho gradito. Visto che dopo tre giorni non è risorto e che il terzo atto è definitivamente finito, a questo punto spero in un improbabile quarto atto, in cui sbucherà dalle quinte e annuncerà di essere ancora vivo.  (Harold, torna! ).

Posso sempre continuare a cantare come Jannacci in "Silvano": "E la storia del nostro impossibile amore continua, anche senza di te, tiè!"...

*

Le sue opere teatrali sono indescrivibilmente belle, dense, profonde e avvincenti. Geniali. Ma ieri ho comprato una sua raccolta di poesie, e devo dire che anche nel genere che è stato il suo "primo amore" rilucono il suo talento e la sua sensibilità, umana e sociale. Il libro è edito da Einaudi, sotto il titolo di Poesie d'amore, di silenzio, di guerra. Raccoglie le poesie scritte tra il 1950 e il 2006.

Molto del fascino delle poesie viene proprio dalla lettura in lingua originale, come accade per A walk by waiting, una semplicissima poesia che descrive in pochissimi versi una scena in cui una persona cammina mentre aspetta, e in cui la risacca vuota dei pensieri è resa attraverso allitterazioni ipnotiche come un rimando di specchi che si riflettono. L'ondivagare del pensiero di chi aspetta rimbalza di vetro in finestra in voci in stagioni in attesa in camminata, come una biglia lungo le sponde del tavolo da biliardo.
Come vedete, già la resa in italiano del titolo, "Cammino e aspetto", perde l'effetto lullaby dell'allitterazione inglese e - optando per le due proposizioni coordinate - si allontana dall'idea originale della passeggiata strumentale all'attesa.
Inoltre, viene irrimediabilmente persa la bellissima ambiguità plurivalente di quel "by", preposizione che può riferirsi alla contemporaneità delle azioni nel tempo, o introdurre una proposizione subordinata modale, o strumentale (nel qual caso sarebbe più naturale pensare ad invertire il titolo, "Waiting by walking", il che contribuisce ad aumentare l'effetto fuori dal tempo della situazione "pinteresque"), ma che in inglese indica anche prossimità spaziale. Una camminata mentre si aspetta, e che costeggia senza tempo l'attesa come si cammina "by the lake", ad esempio.

E questo solleva montagne e montagne di questioni... la traducibilità della poesia, ad esempio; la traduzione come negoziazione in cui si sa che ci saranno perdite e si contratta col testo per capire cosa sia meno grave sacrificare; la pregnanza e il genio di un autore che forgia quattro parole che diventano un rompicapo e che sono esattamente e precisamente descrittive di tutto il cumulo di senso proprio in quanto ricorrono al non-senso (mi tornano in mente  proprio per questi motivi i paradossi filosofici come quelli di Zenone, e anche la terza cantica della Commedia dantesca, che esprime l'esperienza di Dio proprio col dichiararne l'ineffabilità).

Ma non era questo quello che volevo dire... Volevo invece condividere questa poesia, che secondo me è riferita a uno stupro, e che mi è sembrata incredibilmente delicata senza essere patetica o penosa, profonda come devono essere i pensieri di una donna nel suo percorso di guarigione dopo la violenza. O magari non è riferita a uno stupro. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate:


L'errore dell'allarme

Parla una donna:

Un pulsare nel buio
che non potevo fermare
l'errore dell'allarme
che non potevo respingere.
Un testimone all'accordo
che non potevo invitare.

Se la sua sostanza si tende
io sono la perdita del suo sangue.
Se le mie cosce lo approvano
io sono la somma della sua paura.

Se i miei occhi lo lusingano
è di questo che è fatto l'accordo.
Se la mia bocca lo placa
io sono proprio la sua sposa.

Se le mie mani lo precedono
diventa sordo alle mie attenzioni.
Se ammetto che mi piace
l'accordo è vano.

La colpa dell'allarme
lui non la condivide.
Io muoio del caro rituale
e lui è la mia bara.

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categorie: lingue, bellezza, genialità, perplessità, letteratura inglese, harold pinter, le mie letture delle mie letture
lunedì, 16 novembre 2009

Il Marinaio

Posso prendere due pullman diversi la mattina per andare alla metro. Ma, qualsiasi pullman io prenda, sono sicura di incontrare lui .

Dentro di me lo chiamo "il Marinaio", anche se forse non ha mai lasciato Milano.

Ha un berretto blu di lana, la faccia raggrinzita e la pelle coriacea del vecchio lupo di mare, due occhi neri come tizzoni di carbone e mi guarda sempre con uno sguardo torvo di desiderio.

Mi ispira un ribrezzo viscerale e profondo. Lo immagino privo della minima forma di umanità e di intelligenza, incapace persino di dirsi il suo desiderio, capace solo di sentirlo e fare ciò che questo gli detta.

Mi guarda con calma, come chi attende tranquillo, senza fretta. Mi sembra che mi guardi ogni volta come se mi vedesse per la seconda volta, pof! e si ricorda di me!, e poi, quando scendo dal pullman, si dimentica persino che io esista.

Scendo dal pullman e scivolo in un dimenticatoio, in un oblio di ventiquattr'ore fino alla mattina successiva; ogni volta, salire sul pullman è come ricominciare la stessa giornata un milione di volte. Per il Marinaio io esisto solo dieci minuti ogni mattina; la mia esistenza è come il mondo che si riflette nelle pozzanghere o come le luci di Natale, intermittente.

*

Questa mattina il pullman era gremito. Sono salita praticamente a spintoni. I ragazzini delle superiori erano accalcati, qualcuno studiava tra i sobbalzi quello che non aveva studiato il giorno prima, qualcuno e qualcuna si scambiavano occhiate languide, altri si raccomandavano ai compagni per un suggerimento in caso di interrogazione.

Ero schiacciata contro la porta, e accanto... avevo proprio lui.

Penso che per lui sia stato un momento meraviglioso quello in cui ha scoperto questa insperata vicinanza.
Io ho pensato: "Oh, no...".

Mi sono attrezzata come se dovessi andare in guerra!

Avevo in mano un libro di Ishiguro, ma era impossibile leggerlo. Ne ho fatto un uso un po' diverso... L'ho tenuto basso, orizzontale, a coprirmi il corpo, a proteggermi da eventuali suoi allungamenti di mano.
Mi sono messa in diagonale rispetto a lui, pronta a dargli una ginocchiata tra le gambe.
Ho guardato dall'altra parte per tutto il tempo. Lui era quasi sempre girato verso di me.
Io avevo le braccia distese con i gomiti girati in fuori, pronta a dargli anche una gomitata. Di fatto non volevo nemmeno che mi fiatasse addosso.

Insomma, senza che 'sto povero cristo lo sapesse, ero già pronta a menarlo alle 6:45 di mattina! :)

E poi, come era prevedibile da tutti se non dalla mia mente agguerrita anche all'alba, non è accaduto nulla. Di fatto, non ha nemmeno quell'odore di mare che immaginavo, né quello di fumo stantio e vecchio di anni; ha invece un buonissimo profumo, che chiaramente non riconosco, ed è un povero diavolo come tutti, che per di più lavora anche il sabato, come me.

Tutto questo per dirvi, cari voi, che se mi incontrate in giro a Milano è meglio che vi togliate dagli occhi quello sguardo libidinoso dagli che sicuramente vi ispirerò, perché, se appena appena mi chiedete come si arriva al Duomo, se vi prendo per malfattori vi potrei menare! :)

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sabato, 14 novembre 2009

Le mie malattie

- Disegnite acuta di bulbi oculari (il mio soggetto migliore e preferito)

- Meritema (eritema della meritocrazia)

- Sindrome di England-Englund (amore insano per l'Inghilterra e fascinazione insana per gli stati onirici)

- Lussuria babelica compulsiva (passione sfrenata per le lingue straniere, specie se apprese due alla volta)

- D.C.L. (Disordini del Comportamento da Lettore senza condotte di eliminazione dei libri letti!)

- Fotofobia con complicazione teatrale
(fobia della luce del sole con impulso irresistibile a rifugiarsi in teatro, specie se danno Pinter)

- Lussazioni ludiche
(per cadute frequenti dai pattini)

- RobinHoodismo (tendenza a schierarmi con i deboli e i poveri)

- Plutodisprezzo
(aprioristico disprezzo delle ricchezze)

- Shoppofobia (fobia dello shopping)

- Trauma da frattura della fiducia in Babbo Natale


(continua, oh se continua!...)

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giovedì, 12 novembre 2009

Una serata a teatro - considerazioni su G.Bernard Shaw e su alcune befane in pelliccia

Domenica scorsa sono andata al Teatro Carcano a vedere "La professione della signora Warren", portato in scena dalla compagnia del Teatro Stabile di Bolzano.

La commedia fa parte degli "Unpleasant Plays" di George Bernard Shaw, ed è un distillato del brio, dell'intelligenza umoristica, dell'ironia e della forza eversiva del suo autore (diavolo d'un irlandese! Adorabile, geniale Shaw).

Le scenografie sono curate, ariose e suggestive, gli attori assolutamente perfetti nei loro ruoli (su tutti Patrizia Milani, una scintillante e marcia Kitty Warren, e Carlo Simoni, laido e vizioso Sir George Crofts). Anche il giovane attore che interpreta Frank, Massimo Nicolini, è credibilissimo nel ruolo, fresco, scanzonato e simpaticamente mascalzone.

Purtroppo invece l'attrice scelta per interpretare la parte di Vivie Warren, Gaia Insenga, è quasi irritante nel suo essere sempre sopra le righe, a voce artefatta e mal impostata, enfatica ma inespressiva come gli attori delle soap opera italiane immaginano debba essere un "bravo attore" (e lo dico con un brivido di schifo, ripensando al "bravo presentatore" di Nino Frassica...). Poiché la commedia si apre con una scena in cui compare lei, ho temuto in un primo momento che tutta la commedia fosse di quel (basso) livello, e di avere fatto un clamoroso errore...

Invece fortunatamente gli altri attori hanno reso giustizia a Shaw, permettendo di gustare le loro vivaci battute e di riflettere sulle loro disincantate considerazioni, riuscendo nella difficile resa di quella mistura incomparabile e tipica di Shaw di leggerezza e impegno, di critica sociale e di idealismo. E poi non potrò perdonare all'attrice il fatto di aver pronunciato così male la mia battuta preferita della commedia, tanto da farla passare sotto silenzio! Quando Vivie dice alla madre: "Io non avrei mai vissuto una vita, e creduto in un'altra. Sei una donna convenzionale nell'anima, mamma".

Mi dispiace dire che io e la persona che mi accompagnava eravamo le più giovani in tutto il teatro, che era pieno, ma solo di gente dai SESSANTA in su! Una platea di teste cotonate di biondi in tutta la gamma delle sfumature più stoppose e false si stendeva tristemente davanti ai nostri occhi; per fortuna la terribile moda della "pelliccia a teatro" è passata, restano solo alcune immarcescibili befane che riescono a riesumare ogni volta dai bauli dei decenni passati degli orrori pelosi che hanno il discutibile pregio di infagottare anche le più smilze modelle. Nel complesso, a parte il fatto che molti tossivano, data la stagione, e che non li potevo fare fuori per ovvi motivi di umanità, direi che il pubblico era accettabile.

Mi chiedo quanto abbiano capito i vecchietti in compagnia delle mogli della tirata di Mrs. Warren sulla triste verità che le donne dell'alta società comunque non fanno che prostituirsi con prudenza anch'esse, aspettando di trovare quello giusto che le mantenga per tutta la vita in cambio di prestazioni sessuali. Secondo me non hanno minimamente pensato che tale vangelo potesse riferirsi anche alle larve incartapecorite e ingioiellate che avevano accanto, e i cui favori si erano assicurati con una proposta di matrimonio, quarant'anni prima...

Dal Vangelo secondo Shaw, si. Eppure, se anche la parola di Cristo non è comprensibile a tutti, figurarsi quella di uno scrittore tanto più di razza come il caro Bernard!... :)

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categorie: milano, teatro, people, colori, denti, letteratura inglese, se non ve lo dico io, im much too fast, cose che fanno ridere solo me
lunedì, 09 novembre 2009

E.M.Forster, Passaggio in India - un ringraziamento

Sono andata dritta verso Passaggio in India come una nave va a schiantarsi contro l'iceberg.

Cos'accade di una nave dopo lo schianto? Restano frammenti e lamiere, pezzi di un'entità andata alla deriva. Ma i residui! Questo mi interessa profondamente. Sacrificio all'inutile, certo. Ma anche trasformazione. La nave, monolitica, ingombrante, inaccessibile, diventa con lo schianto... frammenti aperti di divinità marine elettriche, forse ninfe elettriche degli abissi. Mi piace pensare alle ninfe  residuali che fluttuano ridendo argentine mentre si inabissano, forse mentre vanno a morire. Questa è la possibilità residua di essere ninfa, di essere virginale, fino alla fine dei nostri giorni. Lasciarsi mandare in frantumi, ad esempio da un libro.

*

Non so se ci si senta qualcosa dentro quando si esce di casa nel giorno in cui si incontrerà - e non lo si sa ancora - la persona che diventerà un amore importante.

Ma so di sicuro, e ormai da anni, che ci si sente qualcosa dentro - una frenesia frizzante nella punta delle dita, forse - quando si prende la decisione di leggere un libro che si rivelerà un grande libro. Quando in libreria si decide di non posare il volume per l'ennesima volta, ma di portarlo finalmente con sé, dentro la propria casa, dentro la propria vita.

Agatha Christie ha scritto un romanzo molto carino che si chiama "Verso l'ora zero". E' interessante come riesca a costruirlo e narrarlo mostrando molto bene come tutta la trama psichica del futuro assassino e  tutti gli avvenimenti di cui piano piano tende le fila convergano verso l'ora del delitto, appunto l'ora zero.

Penso che con gli incontri d'amore con i libri accada la stessa cosa. Tutta la vita ci prepara ad essere pronti per capire e per amare. Mi piace pensare che, attraverso i secoli, il regista occulto sia l'autore, che tira e allenta fili fatui, fatti di tempo, di spazio e di desiderio, per muoverci alla volta del suo libro, della sua nave che sta per salpare.

Ho trascorso questi giorni ad ascoltare Edward Morgan Forster raccontarmi il suo romanzo indiano.
Ho allontanato l'incontro con questo libro per anni e anni, e anche l'incontro con il suo autore.
Poi, improvvisamente, quasi un anno fa ho trovato al Libraccio per 2.84 euro una vecchia copia in ottimo stato di Casa Howard, e l'ho presa. L'ho presa per il prezzo bassissimo, l'ho presa perché ci ho trovato dentro un cartoncino con la fotografia in bianco e nero di uno scrittoietto antico restaurato, e un numero di telefono ancora senza il prefisso. Non mi riproponevo di leggerlo presto, comunque, e infatti il libro è rimasto ancora qualche mese nella mia libreria. Alla fine l'ho letto, e quell'incontro è stato una folgorazione. Avevo sempre avuto la sensazione che Forster fosse un autore "mio", ma con la lettura ne avevo avuto la certezza. Rimangono tracce della mia sbalordita gratitudine in questo post. E quindi ho deciso di darmi a lui, questa volta scegliendo esattamente il suo romanzo che sapevo mi avrebbe messa più in difficoltà.

Parlo, naturalmente, di Passaggio in India.

Non racconterò la trama, né mi produrrò in acute o superficiali analisi narratologiche. Non mi esprimerò nemmeno sul conflitto che è alla base del romanzo, quello tra gelidi inglesi colonizzatori e sentimentali indiani colonizzati. Questo è sotto gli occhi di tutti; inoltre la grazia dell'architettura del romanzo è una gioia tangibile nel corso della lettura, specie in quanto associata a una trama semplice, offerta al lettore con altrettanta semplicità.

Mi piacerebbe invece ricordare il bellissimo personaggio di Mrs. Moore. L'anziana donna inglese è una figura suggestiva, sia nel senso di onirica che nel senso di capace di suggerire altro, di rimandare ad altro; fine e delicata come il profilo di un cammeo, irradiante il potere di una visione superiore delle cose, divina - come le divinità induiste o come il dio veterotestamentario - nella sua duplice manifestazione nel corso del romanzo, benevola e accogliente prima e poi scostante e capricciosa.

Mi piacerebbe sottolineare come Passaggio in India sia anche un insolito romanzo corale al femminile, perché, accanto ai protagonisti con le loro singole vicende personali, c'è un folto gruppo, distinto ma compatto insieme, di personaggi femminili le cui azioni, opinioni, sicurezze, incertezze oscillano e si deformano con l'evolversi degli avvenimenti.

Mi piacerebbe infine notare come questo romanzo rappresenti, pur nella continuità tematica di Forster - che fin da Camera con vista affronta i temi del conflitto tra autenticità e convenzione, natura e civiltà - una possibilità di superamento di tale conflitto. Se in Camera con vista il conflitto era interno all'animo della protagonista e circoscritto alla scelta del suo stile di vita, rappresentato dall'alternativa tra due uomini, e in Casa Howard il conflitto era esteso allo scontro tra classi sociali, in Passaggio in India lo scontro è addirittura tra civiltà. Nonostante il finale negativo del libro ("No, non ancora", "No, non qui"), Fielding e Aziz si abbracciano ugualmente, sono già amici, si sono già riconosciuti umanamente uguali, affini, degni.

E' strabiliante e commovente come si evolve l'amicizia tra l'indiano dottor Aziz e l'inglese Fielding nel corso del libro.
L'amicizia che li legava all'inizio del romanzo, un'amicizia sempre memore di chi era indiano e chi inglese, di chi aveva rinunciato a cosa, orgogliosa di starsi dimostrando a sé stessa, alla fine del libro è ormai superata, passata attraverso la frattura e la crisi, l'incomprensione, l'allontanamento. Ora Aziz e Fielding possono anche tornare a schierarsi ciascuno per il proprio popolo, senza tentare conciliazioni o cambi di schieramento impossibili, perché la loro amicizia adesso vede l'uomo scelto per amico, non più deformato attraverso quei pregiudizi al contrario che sono i sentimentalismi.
Certamente la libertà dell'India è la condizione necessaria perché l'amicizia reciproca possa essere effettivamente scevra da implicazioni diverse dalla semplice scelta umana dell'altro. Ma sono contenta e orgogliosa di pensare che Fielding e Aziz siano riusciti a trovare questa strada anche da soli, anche in un mondo politicamente ingiusto.

Se stamattina eravate sul pullman 49 e avete visto una ragazza seduta in fondo chiudere un libro piangendo, quella ero io, che avevo appena letto queste parole:

Aziz [...] gridò: "Abbasso gli inglesi, ad ogni modo. Questo è certo. Sgombrate, gente, e alla svelta, vi dico. Noi possiamo odiarci l'un l'altro, ma odiamo di più voi. Se non vi faccio sgombrare io, lo farà Ahmed, lo farà Karim; ci volessero anche centocinquantacinque anni, ci libereremo di voi, sì, butteremo a mare ogni maledetto inglese, e allora" e galoppò furiosamente contro Fielding, "e allora" continuò, quasi baciandolo, "voi e io saremo amici".

E io amo queste due splendide civiltà con pari intensità e ammirazione, e ho letto questo libro con trepidazione di pagina in pagina, e sono grata a Forster per aver dato una voce così alta, limpida, piena di speranza, alla stessa mia speranza e devozione, e per avermi trascinata contro gli scogli aguzzi dell'inconciliabile, esattamente dove, cent'anni fa, egli ha trascinato il suo stesso cuore.

quest'idea geniale nella tua zucca è di: Elyminazione , graziosamente donata alle 17:45 | link | commenti
categorie: india, colori, sangue, bellezza, letteratura inglese, le mie letture delle mie letture, edward morgan forster
sabato, 07 novembre 2009

piove, intanto

pensieri occidui occupano il mio occipite

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categorie: teatro, tempo, lingue, colori, sangue, pianeta, notte, corpo, trasformazione, genialità, im much too fast, gelo e neve, bilancia del rimpianto
venerdì, 06 novembre 2009

Dio

Il Signore di Milano
... e secondo me è un architetto!

Credo di aver scovato i suoi ultimi progetti:

Architetto
Come sempre, è impossibile capire che progetti siano,

ma so che erano appuntati qui,

su un cartellone della metropolitana accanto a un cane!

Cartelloni metro
Io invece capisco solo questo tipo di arte e architettura:

Foto_Post_Fine 080
Anche quando è imbrigliata,

un fiocco di bellezza annodato alle gabbie e al vento:

Foto_Post_Fine 065
Non so se Dio esiste, ma se esiste è sicuramente capace di volare.

Fossi Dio, non desidererei altro.

Forse l'ho visto a Lambrate...

Foto_Post_Fine 136
Era lì, pallido e solitario,

accoccolato nell'abbraccio delle sue ali calde,

solo e altissimo n
el vento...

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giovedì, 05 novembre 2009

Oggi sono stata a Verona...

 
Qualunque cosa mi stia accadendo,
sappiate che NON è reale.


Qualcuno avrà notato che ultimamente parlo solo di libri...
"Sei sfuggente!", dice qualcuno. Altri invece dicono che così smaschero a volte troppo il mio io (?).

Che sia un mascheramento o uno smascheramento, resta il fatto che non riesco a parlare d'altro, se non in modo criptico. Proverò a sforzarmi di parlare di me in modo meno bibliografico, anche se vorrei lasciar perdere il biblio e approdare al grafico, ma per un giorno soltanto!, non farei il cambio del mio talento per sempre, gli voglio troppo bene.

*

Tutto parte dal fatto che...

Oggi sono stata a Verona per una riunione. In otto anni e mezzo in Veneto non ci ero MAI stata! "E allora sei stata in Veneto per niente", ha dedotto lapidario il ruspante tassista con cui parlavo, ruspante come non ricordavo più che i veneti sapessero essere.
Pfui! "Per niente"... Ho pensato, ma non gliel'ho detto, che mi porto, di otto anni e mezzo in Veneto, l'incontro con l'Oriente, una laurea, un master, il ricordo di una storia d'amore bellissima anche se finita, pulita, limpida e piena degli slanci incondizionati della giovinezza, un'amicizia con una ragazza che è un inno alla vita (Marzietta mia, sto parlando di te!!!), ricordi di paesini deliziosi, di feste medievali, di mercatini dell'antiquariato, di un cane Bill che ho amato tanto, e tutto il bello delle nuove scoperte di sé quando si esce nel mondo per la prima volta. Il Veneto è stato per me il mio debutto in società!

*

Alla riunione c'era un ragazzo che mi è parso sommamente colto. L'ho ascoltato parlare con interesse finché non ho letto due cognomi dopo il suo nome. Mi sono immaginata situazioni di privilegi atavici di casta, e ho perso immediatamente stima. Stupidamente, anche, se volete. Ho pregiudizi contro quelli con due cognomi.

*

Parlare di casta mi fa tornare in mente l'India...
Sto leggendo Forster, "Passaggio in India". Piango ogni tre pagine, accidenti, un po' per gli Inglesi e un po' per gli Indiani; sono - esattamente come Forster - dilaniata tra l'amore per l'Inghilterra e per l'India, e questo libro mi sta smembrando. E' una benedizione! Ma basta parlare di libri...

*

Sempre alla riunione ho incontrato una ragazza di Genova molto simpatica, eppure non riuscivo a non pensare, mentre parlavo con lei, che avrei tanto voluto depilarle meglio le sopracciglia!... E anche ai miei giorni genovesi (ne avevo scritto qui sul blog), e anche a Dino Campana che l'amava tanto.

*

Dio, non sentivo l'accento veneto da tanti anni, ormai! Eppure, non mi sono sentita a casa oggi, così come non ho sentito Venezia "casa" in tanti anni. Mai come Milano, sicuramente! Milano mi dà tutto, lavoro, riconoscimento del mio valore, cultura in tutti i modi e le forme desiderabili, opportunità, spazi, estensioni dell'anima in tutti i modi e i sensi, amici sinceri; qui mi sento realizzata come persona e come lavoratrice, adoro persino ogni ricciolo nero che lo smog ha disegnato sui palazzi, adoro lo spettacolo che andrò a vedere a teatro domenica (ve ne parlerò sicuramente, ma per ora è un segreto!), adoro desiderare di incontrare la cultura e trovarla appena varco la soglia di casa, di un teatro, di una biblioteca, di un museo, di una chiesa, di una libreria, della casa dei miei amici.
Non capisco l'attaccamento incondizionato dei meridionali alla propria terra. Posso capire la nostalgia dei luoghi in cui si è nati in quanto testimoni silenti di sé, ma io sono affezionata alle persone, e il loro cuore è la mia casa, e sono attaccata a questa città che mi ha accolta e si è fatta grembo e cassa di risonanza per i piccoli e grandi talenti e desideri della mia mente e del mio cuore.

*

Faccio ancora molta fatica, ma credo di essere riuscita a sciogliere un po' di quello che ho in cuore ultimamente... E' un esercizio all'apertura che voglio riuscire a continuare!

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martedì, 03 novembre 2009

...

[Maledetto bisogno di stilare liste, cioè di listare... a lutto!]



In questi giorni io sarò di:

- Gao Xingjian, La montagna dell'anima
- E.M.Forster, Passaggio in India
- Kazuo Ishiguro, Never let me go
- Georges Bataille, L'impossibile
- Pierre Klossowski, Il bafometto
- Henrik Ibsen, La donna del mare
- George Bernard Shaw, Saint Joan

Non so come ne uscirò. Mi preoccupa Forster in particolare. Lui che è così quintessenzialmente inglese, così cosciente della sua nazione e dei suoi limiti, Forster dal cuore così caldo - spero bene che capiate che questa non vuole essere una frase fatta, retorica, ma che va presa nel senso più tecnico e "medico" possibile, poi che tenta di curare l'Inghilterra. Forster che parla di un tema che mi è particolarmente caro, quello dell'India, l'incontro Inghilterra-India, e che mi mette in tremenda discussione. Ho rimandato questo libro per anni e anni e anni...

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Il trasporto dei libri -> viaggiare come nell'Ottocento, ergo -> mi serve un baule Louis Vuitton con servitore annesso

Andata e tornata da casa, detto così, come fosse un tiro di schioppo.

24 ore di treno per 22 ore e ½ a casa!

Doveva essere un viaggio con bagaglio leggero, ne ho dunque approfittato per portare giù un po' di libri già letti.

Risultato? Nemmeno quando ho fatto il bagaglio per tre mesi di fila in Cina avevo tanti chili di roba al seguito...

Miss White dice che io viaggio come si faceva nell'Ottocento, spedendomi di città in città pacchi di libri. Questa volta invece mi sono trasformata in una moderna bestia da soma...

Mi si esorta a comprare quel coso elettronico (l'ho visto in giro in metro e alla Feltrinelli) nella cui memoria si caricano migliaia di libri.

Eli: "Ma che senso ha, se è comunque grande quanto un libro? Qual è il vantaggio?".
Tutto il resto del mondo: "Che te ne puoi portare in giro 15.000 di libri, così!".
Eli: "Va bene, ma ne leggerai pur sempre uno per volta!".
Tutto il resto del mondo: "Si, ma così non dovrai comprare un altro appartamento solo per i libri, tra qualche anno!".

Al che di solito io inizio i miei menosissimi discorsi sulla sfoglievolezza del libro, sul fatto che mi piace tuffarci il naso dentro, specie se sono vecchi e usati e con le pagine ingiallite ai bordi, odorose di polvere, che non c'è confronto con uno schermo etc.
A questo punto la reazione altrui immancabilmente è: "Peggio per te, ma poi non rompere con i tuoi mal di schiena!".

*

Perché ho portato giù questi libri, anche se avevo firmato un patto col sangue con il Diavolo che mai me ne sarei separata anche a costo di torture?

1. Per fare spazio ai nuovi acquisti prossimi venturi;

2. Per andare oltre, superare anche fisicamente la lettura passata. Non va bene restare troppo imbrigliati nelle pagine di alcuni libri, tenerli lì come pietra miliare della propria vita, come a dire che non c'è un meglio possibile. Io penso sempre di si.

3. Per ricongiungerli agli altri libri, per ricomporre un percorso di letture, la mia bi[bli]ografia degli ultimi anni. Ho una libreria divisa in due città. Lo storico è a Lecce, il divenire è a Milano. Qualcuno tiene gli album di fotografie per ricordarsi della propria vita. Io metto insieme i libri.

4. Non avere quei libri sotto gli occhi mi permette di liberarmi di tutta una serie di disturbi ossessivo-compulsivi quali verificare di continuo il loro perfetto allineamento-abbinamento colore-aerazione-assenza di polvere etc.

*

I libri di lettura, altrimenti detti "miei figliuoli", li ho portati giù tutti in uno zaino! (La valigia era piena tanto per cambiare di libri di lavoro che non mi servono più... tra cui un tremendo "Estetica e romanzo" di Michail Bachtin, che non auguro al peggiore dei miei nemici...). Un asterisco accanto ai miei preferiti!
(Che ovviamente è un consiglio di lettura implicito!!!)

- Bataille, Storia dell'occhio *
- Bataille, Limite dell'utile *
- Kandinsky, Lo spirituale nell'arte
- Jarry, Il supermaschio *
- Jarry, Ubu
- Jarry, L'amore assoluto *
- Jarry, Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico
- Barthes, Critica e verità
- Barthes, La camera chiara
- Barthes, L'ovvio e l'ottuso
- Barthes, L'impero dei segni
- Barthes, Il piacere del testo e Variazioni sulla scrittura *
- Sontag, Sulla fotografia
- Pinter, Paesaggio e La collezione
- Pinter, Ceneri alle ceneri *
- Beckett, Finale di partita
- Ionesco, Delirio a due, Il pedone dell'aria
- Ionesco, Le sedie, La lezione *
- Ionesco, La cantatrice calva
- Nietzsche, Tutte le poesie
- E.E.Cummings, Poesie
- Harrison, V. e altre poesie
- Merini, Superba è la notte
- Ferlinghetti, Americus
- Ferlinghetti, Il lume non spento
- Valéry, Il cimitero marino
- Valéry, Cattivi pensieri
- Valéry, Monsieur Teste *
- Zolla, Discesa all'Ade e resurrezione
- Calasso, La follia che viene dalle Ninfe
- Borges, Nove saggi danteschi
- Cioran, Lacrime e santi
- Cioran, Sillogismi dell'amarezza
- Cioran, Confessioni e anatemi
- Artaud, Succubi e supplizi *
- Hillman, Saggio su Pan
- Némirovsky, Il calore del sangue
- Némirovsky, Il ballo
- Derrida, Ciò che resta del fuoco
- Tanizaki, Il demone
- Cartier-Bresson, L'immaginario dal vero
- Deleuze, Lo strutturalismo
- Ortega, La scelta in amore
- Pariani, Vita non romanzata di Dino Campana
- Alfieri, Mirra
- Eliot, The waste land
- Maugham, The razor's edge
- Maugham, The kite and other stories
- Sartre, La Nausée
- La Fontaine, Fables


Devo dire che anche se non lo avrei mai detto non mi mancano fisicamente, li ho tutti impressi dentro, sto portando avanti la mia lotta personale contro il feticcio, e poi mi sento più serena così, so che stanno meglio  (giù ho la libreria con le antine che si chiudono a chiave, mentre questi scaffali qui a Milano sono a vista, con maggior rischio per i libri!); inoltre è proprio come aver chiuso un momento della mia vita e aver preso atto di alcuni cambiamenti. E poi, ho già iniziato a riempire lo scaffale con i nuovi!

:-D

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sabato, 31 ottobre 2009

Apologo

La rana volle diventare grossa come il bue. L'inizio dell'operazione fu soddisfacente. Prima di scoppiare, poté illudersi che stava ingrossando secondo il suo programma.
Ma un'altra rana volle diventare piccola come una farfalla. Non poté nemmeno cominciare a rimpicciolire.

Morale: è più facile diventare più grande, o piuttosto pensare di diventarlo, che farsi più piccolo. E' quel che vediamo nei poeti e negli artisti che prematuramente assumono le maniere, le voci stentoree, lo stile sovraccarico, il disegno sommario e gli scorci fulminanti che alcuni grandi uomini hanno adottato in modo naturale nella loro "terza maniera", e che quelli assumono fin dai loro esordi.

Sarebbe più arduo per loro fare l'inverso, mettersi a incalzare ciò che intraprendono, ridurre la voglia di essere geniali alla volontà e alla pazienza richiesti dal semplice rigore. Passate prima dieci anni a disegnare un piede sotto tutte le angolazioni, e poi potrete cominciare a ritrarre una mela o un pesce. Ma, dicono quelli, è la creazione impetuosa che mi eccita... e i suoi prodigi. No, è la facilità. Se ci tenete a voi, temetela...

Paul Valéry, Cattivi pensieri, Adelphi 2006

*
 
Un mio professore di università scrisse, nella prefazione a un suo libro, di volersi accingere allo studio dell'argomento "senza concessioni alla faciloneria". All'epoca mi era sembrata una dichiarazione esaltante, ma da tempo sono andata anche oltre questo. E non voglio concessioni neppure alla facilità.

[Come quando torna in sogno a Dante la sua Beatrice e lo distoglie dalla donna gentile che lo consola (la filosofia?). Io ho annotato sotto il passo della mia diletta "Vita Nuova": "Bella Beatrice vestita di sangue! Torna e distruggi ciò che è facile"]

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§.§.§.§.§.§.§.

Si dice che il pollice opponibile sia ciò che distingue in modo più netto l'uomo dalla scimmia. A questa nostra proprietà bisogna aggiungerne un'altra: quella di dividerci da noi stessi, la capacità di produrre l'antagonismo interiore. Abbiamo l'anima opponibile. Può darsi che l'IO e il MI delle nostre espressioni riflessive siano come il pollice e l'indice di qualche mano di... Psyché? Allora si spiegherebbero le parole comprendere o afferrare.

Paul Valéry, Cattivi pensieri, Adelphi 2006

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giovedì, 29 ottobre 2009

W.Somerset Maugham - "The Razor's Edge", an invitation

Yesterday I finished The Razor's Edge by Maugham. It was written in 1944. It's the story of a group of American youngsters striving for happiness - each in his/her own way - in the decades after World War I.

In the end, all of them get what they want. Love, money, even death, enlightenment... Yes, enlightenment, as the main character makes a trip to India and finds there what he has been looking for his whole life.
In the very last chapter, Maugham (who is a character in the novel himself) and this character discuss subjects such as reincarnation, individual life as part of the life of the universe, meditation as a means to find the meaning of life, spiritual freedom vs. greediness etc.

I can easily imagine how this book made a sensation when it was first published in 1944, for both the "spiritual" themes it dealt with and the political situation of the entire world made its message discordant and weird. Today the author's caution in introducing such unusual themes and ideas (as they must have been in 1944) appears quite ridiculous, I dare say; yet the book is extremely enjoyable, the plot is catchy, all the characters - the noblest and the meanest - inspire understanding and sympathy; Maugham's way of writing is neat, terse, and never indulges in literary smugness; furthermore, the author's simple yet not unconditional interest in new spiritual ideas should be measure for either the indiscriminate rage for "New Age-isms" of some people and the sharp refusal of spirituality of other people today.

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mercoledì, 28 ottobre 2009

Mon amour

A.m.o. S.a.t.u.r.n.o., s.p.l.e.n.d.e.n.t.e.

b.a.l.l.e.r.i.n.a. i.n. t.u.t.ù. i.n.t.e.r.s.t.e.l.l.a.r.e.!

*

L'anello di ghiacci lo cinge in un abbraccio diaccio,
e "con questo anello io mi sposo",
mi infilo nello spazio tra il suo corpo e i suoi cerchi,
sono abbracciata al mio pianeta,
e con lui ruoto e rivoluziono.
Saturno ride forte e mi fa girare la testa...

(...Ghiaccio e Polveri dell'universo,
ecco perché ti amo)

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martedì, 27 ottobre 2009

Libreria strepitosa

Ho trovato all'Emporio del Libro in Corso Buenos Aires qui a Milano delle offerte fantastiche! Un sacco di libri della SE scontati del 75%, tanto per iniziare in bellezza! Ho comprato "L'impossibile" di Bataille all'incredibile prezzo di soli 4 euro e mezzo...

Mi rattrista un po' pensare che libri fatti superbamente da tutti i punti di vista come quelli della SE/ES (per scelta di autori pubblicati,  titoli tentatori!, introduzioni, annotazioni, prefazioni e postfazioni, gradevolezza dell'edizione, per proporzioni, qualità della carta, scelta delle copertine etc.) debbano essere svenduti al costo di un pacchetto di sigarette, e che nonostante tutto restino lì.

Al piano inferiore, però, le sorprese più grandi me le ha riservate inaspettatamente il reparto con i libri "Tutto a 1 euro". Pensavo di trovare le solite cose, libri sul giardinaggio impolverati, aggiornatissimi manuali su come parlare di sesso ai propri figliuoli datati 1962, i soliti romanzi di D'Annunzio-Pirandello-Svevo, l'immancabile Conte di Montecristo, le  ormai appassite "Cime tempestose" etc.
E invece... Un sacco di letteratura in lingua! Certo, edizioni vecchiotte e impolverate, niente di particolare appeal, se siete di quelli che vanno in giro in metro con l'edizione cartonata dell'ultimo Dan Brown. Ma se siete come me sulla strada per la bibliotafia (vedi il significato qui), allora siete nel posto giusto!

Per ora ho preso:


- W. Somerset Maugham, "The Kite and other stories", H.E.B. 1968
- W. Somerset Maugham, "The Razor's Edge", H.G.R. 1984
- G. Bernard Shaw, "Saint Joan", Penguin Plays 1984


Ho finito il primo. Preferisco - come quasi tutti, credo - Maugham come autore di racconti che di romanzi, anche se mi manca il suo "Schiavo d'amore", popolarissimo, prima di potermi esprimere con certezza. Per ora posso dire che ha un istinto per le storie brevi da togliere il fiato! Questi racconti non sono all'altezza dei "Racconti dei mari del sud", secondo me, anche perché alcuni sono veramente brevissimi e in questo caso il suo bel cinismo non paga sempre... Sarà che io penso a Kafka o ai racconti zen, parlando di queste dimensioni narrative, e quindi tutto il resto scompare... Comunque, sento di consigliarlo come lettura da divorare, perché è scorrevolissimo ma non offensivo dell'intelligenza del lettore come un Wilbur Smith. E poi adoro la scrittura di Maugham, perché sembra essersene infischiata altamente di tutto il mondo letterario intorno che fremeva negli spasmi di piacere del modernismo.

Questo piccolo ometto ostinato, come me lo immagino, ha scritto ad esempio una frase come questa:

"Il fatto è - e l'ho notato tanto spesso che non so perché me ne sorprenda ancora - che la straordinarietà della vita di un uomo non rende l'uomo straordinario, ma viceversa se un uomo è straordinario renderà straordinaria persino una vita monotona come quella di un curato".

William Somerset Maugham, "A Marriage of Convenience" in The Kite and other stories,
H.E.B. 1968

(traduzione mia)


Come potrei dunque non divorare un autore che si macchia delle stesse ingenue verità di cui mi rendo colpevole io?

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venerdì, 23 ottobre 2009

Samuel Beckett - Finale di partita

Ho finito "Finale di partita" di Beckett:

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Continuo a sostenere che Beckett è da apprezzare per l'intuizione, ma per quanto riguarda la realizzazione delle sue idee non trovo che sia stato all'altezza di sé stesso. Ogni volta che leggo Beckett devo ricordarmi di contestualizzare e di tenere in conto il valore della sua innovazione nel teatro del Novecento, per apprezzare il testo. E questa non è già una sconfitta per uno scrittore? Non vorrei citare sempre Dante, ma paradossalmente persino un libro remoto come la "Vita Nuova", dopo oltre sette secoli, non ha bisogno di contestualizzazioni per essere apprezzato e amato. E' come se avesse divorato il mondo intorno, mentre veniva scritto, portandocelo in dono oggi.

Forse vedere Beckett a teatro è diverso, gli restituisce il senso di assurdo e la percezione di andare alla deriva nel mondo. Ma non è una sconfitta anche questa? Anche in questo caso, non vuol dire che il testo non è autonomo? In fin dei conti, la messa in scena teatrale è comunque un apporto esterno, per quanto il testo teatrale lo postuli come condizione per la sua fruizione. Ma anche quest'ultima affermazione... sarà poi vera? Il testo teatrale non nasce invece per il palcoscenico psichico che ciascuno di noi ha? Scritto in solitudine, un solo cerebro che monta persino il palcoscenico per i suoi attori, e dà loro voce, sembianze, luci di scena, abiti di scena, indicazioni di regia.

E comunque, anche in questo senso altri autori smentiscono Beckett, poiché Pinter - ad esempio, ecco un altro nome che non vi sareste mai aspettati :) - è godibilissimo/angosciante/straniante/divertente etc. anche se lo si legge in solitudine.

Ciò non toglie che questo testo sia di una densità ricca di temi e stratificata al punto che - come afferma Paolo Bertinetti nell'introduzione - ha generato studi infinitamente più complessi del testo che cercano di commentare.

Mi piacerebbe parlarvene a partire da una battuta molto interessante e amara:

CLOV: Io amo l'ordine. E' il mio sogno. Un mondo in cui tutto sia silenzioso e immobile e ogni cosa al suo posto estremo, sotto la polvere estrema.

Mi è piaciuta non tanto per il solito discorso che sottintende, ordine=stasi=morte vs. disordine=movimento=vita, né per tutte le consuete suggestioni legate alla legge dell'entropia, quanto per la semplicità con cui Beckett ha assegnato una battuta che conduce docilmente al pensiero della morte proprio a un personaggio che è palesemente inconsapevole della portata devastatrice di ciò che ha appena detto.

E questo porta a parlare dei quattro bizzarri personaggi.

Clov è inconsapevole, mero esecutore - perché ne ha (ancora) fisicamente la possibilità - degli ordini vitali di Hamm, che è dotato invece di raziocinio e di capacità di pensare e di pensarsi, ma che è immobilizzato. E così i due personaggi si spartiscono, potremmo dire, la possibilità euristica, in modo insufficiente, estremizzando e rendendo paradigmatica la condizione di limite, umana per definizione.
Poco conta che siano padre-figlio, adottivi o naturali. I rapporti di parentela sono solo semplici indicazioni, secondo me. Quello che conta è che la mira finale di questo gruppo coeso di personaggi, l'unica operazione sensata e assurdamente salvifica ai loro occhi, è assicurarsi che il mondo invecchi. Prima o poi tutti moriranno, e così si sarà in quiete; è essenziale dunque che non vi sia gente giovane a perpetuare questo finale di partita. I personaggi vecchi in scena sono più vitali di quelli giovani.

Nagg e Nell, i genitori, benché privi di gambe, sono i più vitali in assoluto. Alla loro prima comparsa Nell chiede a Nagg che l'ha chiamata: "E' per scopare?". Sono loro che chiedono di mangiare, che desiderano ancora qualcosa. Nagg addirittura chiede un confetto, anziché una caramella. Sesso, cibo... ricordano ancora cos'era la vita.

Hamm, il personaggio a metà, per età, invece conserva della vita le facoltà di pensiero, ma cerca in continuazione di obnubilarle. Per tutta la pièce continua a chiedere un calmante.

Clov, il più giovane dei quattro, è l'unico che si possa muovere (benché con limitazioni, non può sedersi), ma è incapace di pensare se non per automatismi, o di agire se non dietro ordine.

Si giocano due assurdi diversi, nella pièce. I personaggi sanno di essere in fine, e desiderano che questa arrivi, per avere quiete; eppure tentano con la narrazione della propria storia di prolungare questa agonia, di allontanare realmente la fine.

L'altro assurdo è la presenza della giovinezza in scena. L'unica possibilità che Clov ha di abbandonare la scena è quella di andare ad assicurarsi che l'essere umano che ha visto fuori dalla finestra sia realmente un bambino, eventualità che ha gettato tutti nello sconforto. Il bambino annunciatore infausto, contrariamente a quanto accade nel mondo, perché rilancia la partita; eppure, al tempo stesso e meno assurdamente, il bambino (ovvero la giovinezza) rappresenta l'unica possibilità di apertura del palcoscenico beckettiano.

Anche questo è molto interessante; Beckett - soprattutto con questa pièce supremamente metateatrale - abbatte la quarta parete naturalistica a teatro, ma al tempo stesso la ripristina... solo che lo fa estendendola fino a inglobare il pubblico in platea nella rappresentazione...

(To be continued...)

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